“COSA VUOI FARE DA GRANDE?” E ALTRE DOMANDE A RISPOSTA APERTA

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(Esclusivo reperto risalente al 1998)

Io sono autodidatta.

A quattro o cinque anni, convalescente da una varicella arrivata giusto in tempo come regalo di compleanno, chiesi a mia nonna di insegnarmi a scrivere. Lei prese una bic blu, me la mise in mano (che fosse la mano sbagliata lo scoprii solo più avanti, dopo una rovinosa caduta sui pattini) e mi disse “Scrivi il tuo nome. Prova!“.
Non sono stata una bambina prodigio, semplicemente avevo la necessità di dar forma sulla carta a quello che già ne aveva una nella mia testa – il prima possibile.

All’asilo non mi bastava disegnare il prato con la casa e il sole, ci mettevo anche le persone, gli animali, i pianeti. Spesso e volentieri mi beccavo un rimprovero dalla maestra, per aver scritto i nomi degli oggetti al posto suo. Una volta feci piangere una bambina che aveva disegnato una striscia di cielo in cima al foglio: armata di pennarello, le colorai tutto il disegno di azzurro (attenta a non lasciare spazi bianchi). Non lo facevo con cattiveria: solo, dovevo farlo.
Questa esigenza di raccontare raggiunse il suo massimo zenit alle elementari. “Formate una breve frase per ognuna delle dieci parole imparate oggi in classe” diventava un lavoro lungo tutto il pomeriggio: quella che doveva essere una frase di poche righe sulla parola ‘farfalla’ diventava un pretesto per spiegare, in non meno di tre pagine, il motivo per cui volevo fare l’astronauta o la veterinaria (soffro di vertigini e provo terrore puro per l’80% del regno animale, ndr.), con dovizia di particolari, disegni, e, a separare la storia da quella successiva, una cornicetta ripresa di volta in volta dagli schemi di ricamo della nonna. Mi divertivo e mi piaceva; per me quello non era “fare i compiti”.
Inevitabilmente plagiata da Art Attack, programma cult della mia infanzia, nel poco tempo libero che mi rimaneva fabbricavo i miei personali prototipi di picturebooks – senza nemmeno sapere cosa fossero.

C’è da fare una precisazione, che è anche la chiave di lettura di tutto il mio percorso nel disegno: non ho mai voluto fare “l’artista”. Avevo pochi anni, non sapevo che “l’illustratrice” fosse un lavoro, ma sapevo che “l’artista” non lo era (e poi, volevo fare l’astronauta!). A chi me lo chiedeva, dicevo che il disegno era il mio hobby, nient’altro. Non volevo farmi dire semplicemente “brava!”, volevo fare qualcosa che mi piaceva, tenerlo separato da tutto il resto – e questo fino alle superiori, periodo in cui alcuni incontri, per lo più fortunati, hanno rimescolato le carte in tavola e hanno messo la pulce dell’illustrazione nel mio orecchio per fortuna sempre aperto. Così, all’orale della maturità (scientifica!), arrivai con una camicetta bruttissima, dei capelli stranamente in ordine e una cartellina di disegni sottobraccio. Invece che un powerpoint (col computer non sono mai stata brava), presentai un portfolio, una cosa che mi era rimasta impressa dalla mia prima gita, chiamiamola così, alla Fiera del Libro Illustrato di Bologna, la primavera precedente; la mia era una tesina SULL’ILLUSTRAZIONE, sull’importanza delle immagini in un testo, e ogni mini-capitolo era spiegato grazie ad una tavola illustrata. Quando la presidentessa di commissione mi fece la domanda che faceva a tutti, “cosa vuoi fare da grande?”, io risposi senza esitazione:

“Voglio fare l’illustratrice”.

Ecco, quello è stato il momento esatto in cui ho saputo che “disegnare” non era più il mio hobby.
Era sempre quello che volevo fare, era sempre una strada parallela, era sempre ciò che mi riusciva bene, lo è sempre stato; ha solo acquistato un significato in più: è l’obiettivo a cui tendo.
Tutto molto bello, tutto molto poetico, ok; ma quando faccio un discorso del genere, la domanda che mi viene sempre rivolta è: “allora perché fai lingue?”. Ho collezionato almeno dieci risposte diverse via via, e ad oggi, laureata alla triennale e studentessa alla magistrale, ancora non so quale sia quella giusta; devo dire, però, che ne ho alcune di preferite. Una su tutte, rimane questa:

“Perché ho imparato che si dice ‘self-taught’!”. 

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